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Risoluzione amichevole

Oggi pomeriggio ho avuto un piccolo incidente. Era una giornata da tregenda: il cielo era plumbeo, il vento soffiava forte e gelido, e la pioggia scendeva ininterrotta. Mentre risalivo con un auto a noleggio la ripida stradina che parte dal Giardino di Getsemani e risale sino al cocuzzolo del Monte degli Ulivi, un’altra auto in direzione contraria è slittata sulla strada in discesa, lentamente ma inesorabilmente, e mi è venuta a sbattere addosso, muso contro muso.

L’altro guidatore era un ragazzo giovane, tale Mohammed, di circa una ventina d’anni. Cercava in qualche modo di difendersi e parlava di responsabilità condivisa; ma la colpa era chiaramente tutta sua. La nostra auto aveva solo danni minori: il paraurti si era leggermente incrinato e la targa era saltata via. Per precauzione ho chiesto alla mia amica Virginia di scattare qualche foto delle due auto. Non sapendo bene quali siano le procedure locali in caso di incidente, ho chiamato prima un mio collega, poi l’agenzia di noleggio; è caduta due volte la linea, l’agenzia mi ha richiamato con un altro numero, e infine ha parlato pure con Mohammed. Nel frattempo la pioggia continuava a cadere e mi infradiciavo sempre di più.

Finalmente il responsabile dell’agenzia di noleggio ha chiesto ad entrambi di raggiungerlo nel suo ufficio per esaminare l’auto e discutere dell’incidente. In questo modo il nostro pomeriggio di turismo a Gerusalemme, già compromesso dalla pioggia, naufragava in maniera definitiva. Mannaggia! Ero davvero nervoso. Per fortuna Mohammed è stato molto onesto ed è venuto con noi dal noleggiatore senza tentare la fuga. E lì ho avuto una piccola lezione sull’arte palestinese di trovare un accordo amichevole e di sistemare questo tipo di faccende.

Innanzitutto appena entrato nell’ufficio ho capito subito che per me il problema era già finito. Il responsabile dell’agenzia con me non ha quasi neppure parlato: aveva già capito da che parte stava la ragione ed era solo interessato ad mettersi d’accordo con Mohammed. Due suoi colleghi hanno verificato velocemente i danni alla nostra macchina. E subito dopo è iniziata la discussione.

Mohammed ha provato di nuovo a difendersi dicendo che non mi ero fermato in tempo. Il noleggiatore ha tagliato corto le sue scuse con un tono sarcastico. Gli ha detto chiaro e tondo: o ci paghi i danni di tasca tua, o ci dai una copia del libretto e della polizza e ci facciamo risarcire dalla tua assicurazione. Mohammed libretto e polizza non li aveva: l’auto era di suo padre e i documenti erano con lui. Sarà stato vero? O era un modo per nasconderci che l’auto non era assicurata? Poco importa: il responsabile dell’agenzia ha preso la palla al volo per chiedergli il nome di suo padre e suo quartiere di residenza, e così è saltato fuori che conosceva uno zio di Mohammed e qualche altro membro della sua famiglia allargata. Gerusalemme Est non è poi così grande…

Inquadrato meglio il suo interlocutore dal punto di vista sociale e famigliare, il noleggiatore ha puntato dritto al cuore della faccenda:- Guarda, un paraurti nuovo mi costa circa 1.000 shekel*; ma per venirti incontro te ne chiedo soltanto 500, e gli altri 500 ce li mettiamo noi. Mohammed ha provato a negoziare ancora per un istante, per strappare un ulteriore ribasso; ma l’offerta era troppo buona per rifiutarla, e in un paio di minuti l’accordo era già concluso.

E io? :- Non ti preoccupare, tutto è a posto, vai pure – mi hanno detto. :- Ho preso delle foto delle due auto e della loro posizione rispetto alla strada, ve le posso lasciare se vi servono. :- Foto? Ma va, non ce n’è bisogno, è un ragazzo del paese, siamo tra amici qua. E così senza modelli da compilare, né documenti, né polizia, la situazione si è risolta lo stesso in maniera amichevole. E noi abbiamo ripreso tranquilli le nostre vacanze.

L’hotel Movenpick, lussuoso ed elitario

Stamattina scrivo da una postazione privilegiata: l’hotel Movenpick, l’albergo più moderno e lussuoso di Ramallah, e probabilmente di tutta la Palestina. Ho accompagnato la mia amica Virginia ad assistere ad una conferenza, e mi sono piazzato nel grande lounge bar all’ingresso, approfittando dell’attesa per scrivere qualche nuovo pezzo.

In questa mattinata uggiosa e invernale, l’immenso locale è deserto, e ho l’imbarazzo della scelta tra poltroncine e divanetti uno più soffici dell’altro. Una musica leggera e soffusa, proveniente da tutte le direzioni e da nessuna, pervade l’aria. Nel menù trovo una vasta scelta di vini, cocktail e liquori, compresi un Chianti, un vermentino, un verduzzo, il Martini, il Campari e il limoncello; è una selezione degna di un grande albergo internazionale, ma a quest’ora preferisco un semplice tè verde al gelsomino.

La serenità e il comfort sono assoluti. Per la maggior parte della mattina, sono l’unico cliente. Ogni tanto compare qualcun’altro: un uomo d’affari trentenne, con abiti sportivi e cravatta, i capelli ingellati e tirati all’indietro, immerso in una conversazione di lavoro al telefono; o due uomini in completo sulla cinquantina, forse dei politici o dei diplomatici, assorti in una chiacchierata lenta e confidenziale. Restano in piedi qualche minuto, ordinano una bevanda calda, si siedono a un tavolo per berla, si alzano e se ne vanno. Sono tutti palestinesi, la classe alta, l’elite del paese.

Ramallah è sempre di più il centro degli affari e del potere della Cisgiordania. Ci sono la maggior parte dei politici e degli uffici ministeriali, oltre a molte imprese moderne e dinamiche. A partire dagli accordi di Oslo nella metà degli anni ’90, con una breve pausa durante la Seconda Intifada, le grandi famiglie palestinesi hanno investito sempre di più in questa città. Molte di loro hanno sfruttato i capitali guadagnati all’estero, dopo lunghi anni di emigrazione, per lanciare una nuova impresa o per costruire un palazzone di appartamenti o uffici. E’ un momento di boom edilizio e la città continua ad espandersi rapidamente sulle colline attorno: pochi decenni fa Ramallah era solo un grosso paese, ma negli ultimi vent’anni ha quasi raggiunto le dimensioni delle due città storiche di Nablus e Hebron.

Il Movenpick per me è un piccolo simbolo di questo sviluppo improvviso e delle pretese e ambizioni di Ramallah: una capitale temporanea che rischia (e forse spera) di diventare la capitale permanente della Palestina. E’ un edificio peculiare che combina e comunica modernità, edonismo, ricchezza, internazionalismo. Ho l’impressione di essere in qualsiasi altra parte del mondo; e credo sia un effetto voluto. Tutto questo con la benedizione del presidente Mahmoud Abbas, che secondo la targa all’ingresso ha assistito all’inaugurazone nel 2010.


La cattedrale armena: un angolo di spiritualità e di misticismo

E’ la mia chiesa preferita in Palestina. Niente gruppi di turisti, niente orde di pellegrini: la cattedrale di San Giacomo è nascosta e protetta all’interno di un complesso di edifici nel cuore del quartiere armeno, e apre soltanto per mezz’ora al giorno per la celebrazione della messa. Un rituale enigmatico, per pochi intimi fedeli e visitatori, raccolti in rispettoso silenzio.  Al confronto gli altri luoghi sacri di Gerusalemme, compreso il Santo Sepolcro, sono tanto caotici e affollati quanto un bazaar.

C’e’ un delizioso contrasto tra l’architettura semplice e nitida di questa piccola chiesa a pianta quadrata, e le sue decorazioni sfarzose appese al soffitto e alle pareti. Abbondano gli ori e gli argenti, i candelabri in ferro lavorato, gli affreschi, i legni intarsiati e le icone, secondo il modello del cristianesimo ortodosso; mentre i rivestimenti di piastrelle azzurre e i grandi tappeti ricordano vagamente lo stile delle moschee persiane.

Tutto è penombra, raccoglimento, spiritualità. Due cori di giovani uomini vestiti di nero intonano i salmi e le preghiere, uno dopo l’altro, a intervalli differenti, in una litania ripetitiva. I turiferai in tunica bianca percorrono a grandi passi la navata e spandono il fumo bianco e penetrante dell’incenso con movimenti del braccio rapidi e decisi. Mi avvolge iI suo odore pungente e acuisce le mie sensazioni. Il tintinnare delle catenelle dei turiboli con il suo ritmo regolare scandisce il tempo della preghiera. Infine i preti nei loro abiti neri, con il capo coperto da un enorme cappuccio, vanno e vengono da una sala interna e intervengono nel rituale al momento opportuno, recitando un salmo cantato in risposta ai due cori, o leggendo alcuni versetti della Bibbia.

E’ un rituale preciso e misurato, regolare e monotono, scenico e variopinto, in cui il movimento spaziale dei corpi e l’intervento alternato dei vari chierici sembra avere tanta importanza quanto il contenuto dei canti e delle preghiere. Il suo significato è assolutamente incomprensibile per un osservatore occidentale; ma la carica di misticismo e di mistero sacro è molto intensa.

Ecco una chiesa che non si è arresa al turisto di massa e che è rimasta ciò che è sempre stata: un luogo protetto di preghiera e di adorazione. Finita la messa, restano pochi minuti al fedele per una confessione in una cappella laterale, e al visitatore per scattare un paio di fotografie. Poi i religiosi invitano tutti verso l’uscita, sigillano l’entrata, e l’antica cattedrale può riposare serena e indisturbata fino all’indomani.


La giudaizzazione di Gerusalemme

La parola giudaizzazione, di non facile pronuncia, avrà già probabilmente scoraggiato più di qualcuno dalla lettura di questo articolo. Cosa vuol dire esattamente? Riprendo la definizione di un mio pezzo di alcuni mesi fa: la giudeizzazione è Il progressivo cambiamento dell’equilibrio demografico e delle connotazioni culturali di una regione e/o di una città (in questo caso Gerusalemme Est) a favore della comunità israeliano/ebraica e a scapito di quella arabo/palestinese; processo messo in moto e favorito da diverse politiche del governo israeliano.

Detta in soldoni, è una strategia israeliana messa in atto per trasformare la metà orientale di Gerusalemme in una città predominantemente ebraica, non solo in termini demografici, ma anche in termini  “storici” e “culturali”.

Questa politica si esprime sotto forme diverse. Innanzitutto, nei quartieri arabi di Gerusalemme Est la costruzione di nuove case è rigidamente controllata e limitata, mentre la loro espansione su terreni vuoti è praticamente proibita. Al contrario, i quartieri israeliani sono liberi di crescere liberamente e “naturalmente”, e ogni tanto un’area non edificata viene riservata per la creazione di un nuovo quartiere. Grazie a queste politiche, applicate nell’arco di 44 anni, ci sono attualmente circa 200,000 coloni israeliani a Gerusalemme Est, in contravvenzione con il diritto internazionale.

Un altro esempio di intervento più sottile: il quartiere arabo di Silwan sorge sopra le rovine del primo insediamento ebraico di Gerusalemme, risalente a circa 3000 anni fa, e soprannominato la Citta’ di Davide dal nome del re biblico. Potrebbe dunque apparire naturale che diverse case siano state espropriate e demolite e che una certa area sia stata riservata per gli scavi archeologici. Al tempo stesso però, a fianco di questo sito storico, sono sorte anche due file di villini privati e una passeggiata pedonale ad uso esclusivo dei coloni israeliani; e il piano a lungo termine è di favorire progressivamente l’insediamento ebraico e di cancellare la presenza araba da tutta la metà meridionale del quartiere. La presenza del sito archeologico verrà sfruttata per mettere i risalto i legami ancestrali del popolo israeliano con questa zona e per renderne più accettabile l’indebita appropriazione.

Sono usciti in queste settimane due rapporti interessanti che spiegano la situazione meglio di quanto lo possa fare io. Il primo è di Al-Maqdese for Social Development, un’organizzazione di difesa dei diritti dei Palestinesi di Gerusalemme; il loro rapporto riporta nei dettagli tutte le demolizioni di case avvenute a Gerusalemme Est nel 2011 (46 casi in totale). I dati più interessanti sono però le statistiche compilate dal 2000 al 2011: secondo questa associazione in 12 anni ci sono stati 1059 casi di demolizione per un totale di 4865 Palestiniasi sfrattati e costretti a trasferirsi o a emigrare.

Il secondo documento è stato invece preparato dai consolati europei a Gerusalemme e a Ramallah; era indirizzato alle istituzioni dell’Unione Europea e pensato per un uso confidenziale e interno, ma è stato passato di soppiatto alla stampa. Questo rapporto spiega come le politiche israeliane stiano frammentando la parte araba della città in una catena spezzata di quartieri isolati l’uno dall’altro: questa situazione rende sempre più difficile e improbabile la futura adozione di Gerusalemme Est come capitale della Palestina, e in questo modo vanifica ogni speranza di una pace duratura tra i due popoli. Inoltre l’impatto negativo di queste politiche sull’educazione e sulla salute della popolazione è notevole.

E’ un documento davvero interessante, soprattutto per chi non abita in Palestina e non conosce bene la situazione di Gerusalemme. Segnalo la versione integrale del rapporto (in inglese) e un articolo che ne riassume il contenuto (in italiano).

Grazie!

Un piccolo grande “grazie!” per tutte le persone qui in Palestina che mi hanno accompagnato e appoggiato durante un anno intero, e che continuano a farlo.

Grazie a tutti i miei colleghi di lavoro, palestinesi e stranieri, per la loro professionalità, per il loro rispetto, per la loro amicizia, e per tutti i bei momenti trascorsi assieme. Vorrei tanto ringraziarne alcuni in particolare, ma preferisco non fare nomi per ragioni di confidenzialità.

Grazie Anna per essermi stata molto vicina in più occasioni, per avermi accolto e ospitato più volte nella tua casa e nel tuo gruppo di amici a Beit Sahour, e per aver stemperato il mio razionalismo e il mio distacco con la tua visione più empatica e emotiva della situazione in Palestina.

Grazie Paolo per avermi aiutato ad ambientarmi nei miei primi mesi a Gaza, per aver condiviso con me la tua esperienza del contesto palestinese, per avermi fatto da confidente per alcune questioni delicate e spinose, e per aver ascoltato e sopportato le mie lunghe “lezioni”!

Grazie Skye per il tuo entusiasmo, la tua energia, il tuo spirito critico, la tua ironia e il tuo affetto. Grazie per i tanti piccoli viaggetti, per le gitarelle in compagnia, per le discussioni sulla politica Mediorientale, e per le serate a Gerusalemme, Ramallah e a Tel Aviv.

Grazie Vale per la tua spontaneità e il tuo affetto. Grazie per aver rilanciato e riinventato insieme un’antica amicizia in via di disparizione. Grazie per le tante piacevoli serate a Gerusalemme, per le conversazioni personali, e per le mille spiegazioni storiche e culturali.

Grazie Ted per i bei momenti trascorsi insieme a Gaza, per la tua semplicità e la tua grande simpatia, per il tuo approccio alla vita ricco di moderazione, buon senso, rispetto.

Grazie Julie per i momenti trascorsi a parlare delle nostre vite e delle nostre emozioni. Grazie per la tua empatia e il tuo affetto, e per aver condiviso con me le tue esperienze personali e professionali.

Grazie a tutti i cari amici palestinesi di Gaza, per avermi accolto nel loro gruppo come uno di loro, per avermi fatto sentire a casa.

Grazie infine a tutti gli amici e i conoscenti palestinesi di Nablus, con cui i miei rapporti sono appena iniziati e poco a poco si rafforzano; grazie per l’accoglienza, la simpatia, la disponibilità.

Un “grazie” sincero a tutti: è stato davvero bello condividere quest’anno con voi. Senza la vostra presenza, il vostro appoggio e il vostro affetto la mia vita sarebbe stata molto più solitaria, grigia e vuota. Probabilmente non ce l’avrei fatta a restare per un anno intero, e avrei abbandonato prima.

Grazie di cuore e tanti auguri per l’anno appena iniziato.

L’anniversario della rivoluzione

Mi ricordo benissimo di quella serata, come se fosse ieri. Ero appena rientrato da una cenetta in compagnia nella mia casa di Sana’a, in Yemen. Volevo solo dare un’ultima stanca occhiata alle mail e alle notizie su Internet, giusto prima di andare a dormire.

Di colpo mi cadde l’occhio su un titolo sorprendente: “Il presidente Zine al-Abidine Ben Ali ha lasciato il paese”. Una notizia giusto di mezz’ora prima. Divorai in un battibaleno l’articoletto striminzito, ricopiato pari pari da una notizia d’agenzia stampa, ma i dettagli erano troppo pochi, non mi bastava. Lasciai perdere il computer e corsi al volo verso il salotto; con pochi gesti frenetici accesi la televisione e mi sdraiai sui cuscini stesi al suolo a guardare i notiziari speciali.

Rimasi lì incollato allo schermo per almeno due ore, saltando da un canale all’altro, dalle reti mediorientali a quelle europee, e lasciandomi appassionare dalle ipotesi e dalle congetture dei vari commentatori politici. Il presidente tunisino è scappato per sempre, o conta di rientrare in patria dopo qualche giorno? La Francia gli concederà o no l’asilo politico? E chi prenderà il potere al suo posto?

In quelle prime ore dopo la sua fuga, le voci abbondavano, il futuro era incerto, e nessuno ancora sapeva che quel giorno avrebbe segnato l’inizio di una nuova era nella storia dei paesi arabi; ma l’enormità di quanto era appena successo era evidente. Per la prima volta in decenni, un paese arabo si era liberato del suo dittatore non con un assassinio o un colpo di stato, ma attraverso una rivolta popolare e delle manifestazioni di piazza essenzialmente non violente.

La sorpresa era assoluta. A dire il vero, le televisioni arabe, e Al Jazeera in primis, avevano mostrato le immagini delle proteste in Tunisia per diverse settimane, mentre la rivolta poco a poco cresceva, ma onestamente nessuno ci aveva creduto davvero: di proteste simili se ne erano già viste in altri paesi della regione, e senza grossi risultati. Il giorno prima avevo letto le notizie della prima manifestazione a Tunisi e avevo pensato:- Gli spareranno contro, per uno, due o tre giorni, e alla fine la folla si disperderà, la rivolta si smorzerà, e tutto tornerà come prima.

Ancora una volta, un enorme credito va al popolo tunisino per essere riuscito in questa impresa e per aver fatto da apripista agli altri paesi arabi. Ad un anno esatto dalla fuga di Ben Ali, dopo le sue prime elezioni libere e democratiche, la Tunisia continua a marciare nella direzione giusta, ed è al momento l’unica rivoluzione araba di cui si possa essere ragionevolmente ottimisti per il futuro. E Il 14 gennaio è una data che rimarrà scritta a lungo nei libri di storia di tutto il mondo arabo.

Una visita da Gaza

Khamis, un nostro collega dell’ufficio di Gaza, è venuto a farci visita qui a Nablus. Mi ha fatto davvero piacere: era da mesi che non lo vedevo! Inoltre, è stato un evento eccezionale: erano passati quasi due anni dall’ultima visita di un collega da Gaza.

La Cisgiordania e Gaza sono quasi completamente isolate l’una dall’altra, e le opportunità per i palestinesi di viaggiare da una regione all’altra (o viceversa) sono incredibilmente ristrette. C’è bisogno infatti di un permesso speciale da parte delle autorità israeliane, che viene assegnato soltanto ad alcune categorie di persone molto particolari: uomini d’affari, operatori umanitari, o malati gravi in cerca di cure.

Appartenere alla categoria giusta però non basta: durante il 2011 i miei colleghi di Gaza hanno fatto ripetute richieste per un permesso, ma sono state quasi tutte rifiutate o non hanno ricevuto risposta, e senza spiegazione alcuna. Ottenere il permesso per viaggiare dalla Cisgiordania a Gaza è ancora più difficile, e infatti la maggior parte dei miei amici e colleghi qui a Nablus non sono mai stati a Gaza in vita loro, oppure ci sono andati di sfuggita 10 o 15 anni fa, prima della seconda Intifada e della costruzione del muro.

Khamis è venuto a Nablus in giornata, con altri colleghi di Gerusalemme, per alcune riunioni di lavoro. In teoria doveva rientrare a Gerusalemme nel pomeriggio, ma l’abbiamo facilmente convinto a fermarsi a dormire da noi una notte, per ripartire la mattina dopo. Non era mai stato a Nablus prima in vita sua! Non poteva proprio lasciarsi sfuggire quest’occasione.

Verso le cinque, dopo l’orario di lavoro, siamo usciti in un piccolo gruppetto di colleghi e gli abbiamo mostrato la città vecchia di Nablus con il suo mercato tradizionale. Poi Samira, un’altra nostra collega, ci ha invitato a casa sua per una “cenetta” che si è trasformata in un vero e proprio banchetto di specialità palestinesi. Siamo rimasti a lungo nel suo salottino a chiacchierare e scherzare con lei e suo marito. Infine siamo andati a fare un giro per il quartiere di Rafidia, in un viale moderno con negozi alla moda, caffè e ristoranti, e abbiamo portato Khames a fumare il narghilè in un locale con terrazza al settimo piano di un palazzone. Le viste notturne su Nablus erano magnifiche…

La serata è stata davvero stupenda: Khamis era felice dell’inaspettata opportunità di scoprire Nablus, e noi eravamo contenti di averlo qui con noi, anche solo per un momento fugace, anche solo per una serata. L’aspetto paradossale della faccenda era che io, straniero, in Palestina solo da un anno e a Nablus solo da pochi mesi, mi sono ritrovato a portarlo in giro per il centro della città, a spiegargli alcuni aspetti storici e a indicargli i negozi e i ristoranti più famosi; insomma a fargli da guida, proprio a lui, palestinese, con più di trent’anni di vita nel paese.

La Cisgiordania e la striscia di Gaza, unite, sono più piccole dell’Umbria; ma spostarsi da una parte all’altra è talmente difficile per i palestinesi, che uno straniero in pochi mesi può riuscire a viaggiare e visitare di più di un abitante del posto. E’ una delle tante incomprensibili assurdità della situazione attuale in Palestina.